Le basi fondamentali della dieta chetogenica e il loro impatto sull’organismo umano

Le basi fondamentali della dieta chetogenica e il loro impatto sull’organismo umano

Franco Vallesi

Gennaio 9, 2026

Negli ultimi anni, in molte città italiane – specie nel Nord – si è notato un crescente interesse verso diete molto restrittive, spesso intraprese senza alcun supporto medico adeguato. Tra le tante, la dieta chetogenica richiama l’attenzione proprio per la capacità promessa di rivoluzionare il modo in cui il corpo utilizza l’energia. Basta però eliminare i carboidrati? La risposta è no: non è così semplice, serve attenzione ai dettagli e una conoscenza profonda di come funziona il metabolismo. Non si può improvvisare con questo tipo di alimentazione: richiede un monitoraggio costante per evitare effetti indesiderati e carenze. Insomma, chi decide di percorrere questa strada dovrebbe farlo avendo chiaro quali sono i rischi di una gestione non accurata.

Come funziona la dieta chetogenica sull’organismo

Il punto cardine sta nella fonte di energia che cambia. Di norma, il nostro organismo utilizza i carboidrati come primo combustibile, sotto forma di glucosio. Quando però si riduce drasticamente il consumo di carboidrati – diciamo sotto i 50 grammi al giorno – entra in gioco uno stato chiamato chetosi. A quel punto, il fegato comincia a produrre i corpi chetonici, che diventano la principale fonte energetica per tessuti importanti, come cervello e muscoli. Così si spiega perché la chetosi interviene sulla fame, riducendola, e può migliorare la sensibilità insulinica, cosa che – guarda caso – aiuta in alcune problematiche metaboliche.

Le basi fondamentali della dieta chetogenica e il loro impatto sull’organismo umano
Un uomo con le mani sullo stomaco, forse per un disturbo. Accanto, dei waffle ricoperti di frutti di bosco, suggeriscono un banchetto. – alimentaribuongustaio.it

Non sono solo effetti legati al dimagrimento. La dieta chetogenica ha una lunga storia in campo medico. Da tempo viene adottata per l’epilessia farmaco-resistente, con risultati evidenti nel controllo delle crisi. Anche chi ha diabete di tipo 2 o sindrome dell’ovaio policistico può notare miglioramenti significativi sui parametri glicemici e ormonali: un dettaglio spesso dimenticato nelle grandi città, dove la dieta e il metabolismo non sempre vengono considerate con la giusta attenzione.

Però, questa dieta non è adatta a tutti e deve necessariamente essere seguita con la supervisione di un medico. Senza un controllo esperto, si rischia uno squilibrio di nutrienti e problemi alla salute.

A chi è consigliata e quando è controindicata

In ambito clinico, è soprattutto consigliata per chi ha insulino-resistenza, obesità o sindrome metabolica. Può aiutare a stabilizzare i livelli di zucchero nel sangue e ridurre, per alcuni, la necessità di farmaci insulinici. Anche per la gestione della sindrome dell’ovaio policistico si segnalano benefici. Alcune ricerche suggeriscono possibili vantaggi nella cura dell’emicrania cronica, ma su questo punto servono ancora studi più approfonditi.

Fanno eccezione – e meglio ricordarlo – alcune condizioni di salute: la dieta chetogenica non va bene per chi soffre di gravi disturbi lipidici, come l’ipercolesterolemia familiare, o problemi importanti a fegato e reni. Pure chi ha diabete di tipo 1 deve evitarla per il rischio alto di chetoacidosi, una situazione davvero pericolosa. In gravidanza e durante l’allattamento il fabbisogno di carboidrati e nutrienti aumenta – ecco perché è sconsigliata. Persone con disturbi alimentari dovrebbero stargli alla larga, vista la rigidità delle restrizioni richieste.

C’è poi l’aspetto relativo all’adozione prolungata senza pause: spesso si dice che servano cicli alternati, con fasi di chetosi alternate a momenti di alimentazione più equilibrata, modulati in base all’attività fisica e alle condizioni individuali. Evitare squilibri ormonali e metabolici è fondamentale – insomma, non si può andare avanti così per sempre.

Vantaggi, limiti e rischi di una gestione non corretta

Tra i vantaggi più evidenti la perdita di peso e un migliore controllo della glicemia in alcune categorie di persone. Un menù ben costruito prevede pochi carboidrati, ma abbondanza di grassi e proteine di qualità. Ecco un esempio reale per la colazione: un’omelette di albume con verdure e un po’ di frutta secca; poi uno spuntino a base di yogurt magro con semi di lino, seguito da un pranzo con petto di pollo e zucchine condite con olio extravergine d’oliva, infine una cena di pesce e spinaci.

Se ci si improvvisa però, senza supervisione medica, compaiono problemi come stress ossidativo, alterazioni metaboliche e scompensi ormonali. Il ritorno ai carboidrati, se fatto male, può provocare sbalzi glicemici e un rapido recupero del peso perso. La famosa “keto flu” – la cosiddetta influenza chetogenica – non è rara nelle prime settimane: mal di testa, nausea e stanchezza raccontano di un corpo che fa fatica ad adattarsi a un metabolismo diverso.

Chi prova a far da sé rischia anche carenze in fibra, vitamine del gruppo B, magnesio e potassio. Altro dettaglio? Il fegato e i reni possono andare sotto stress. Il microbiota intestinale, che svolge un ruolo fondamentale per il benessere generale, risente parecchio della drastica riduzione di carboidrati complessi e fibre; ecco, sulle conseguenze a lungo termine non si sa ancora molto.

Per tutelare la propria salute nel tempo, allora, la dieta chetogenica deve essere pensata come una strategia nutrizionale vera, sviluppata da professionisti e calibrata sulle esigenze di ciascuno. Punto.

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