Il riconoscimento ufficiale del kebab: la nuova icona della cucina italiana moderna sta arrivando

Il riconoscimento ufficiale del kebab: la nuova icona della cucina italiana moderna sta arrivando

Franco Vallesi

Gennaio 2, 2026

Il Colosseo illuminato dai suoi colori nazionali: uno spettacolo che non passa inosservato e che, da qualche tempo, porta con sé un significato speciale per l’Italia. Quel gesto ha accompagnato una notizia che ha fatto discutere: la cucina italiana inserita nella lista dei patrimoni immateriali dell’umanità dall’UNESCO. Ma non tutto è andato liscio. È spuntato il tema dello street food mediorientale, e in particolare del kebab, come elemento di contrapposizione in questo scenario. Di solito visto come un semplice “spuntino notturno”, il kebab ha tirato fuori reazioni di ogni genere. Evidentemente, quando si parla di tradizione culinaria, si toccano corde sensibili e spesso emergono scontri culturali. Il vero nocciolo della questione? La capacità della gastronomia italiana di assorbire influenze diverse senza perdere quell’identità che l’UNESCO ha voluto valorizzare con chiarezza.

Il riconoscimento unesco fra orgoglio e incomprensioni

Nel recente riconoscimento promosso dall’UNESCO, la valorizzazione della cucina italiana ha fatto un passo avanti, ma non sono mancate polemiche e visioni opposte. Al centro del dibattito, il kebab si è trasformato in simbolo controverso di un’influenza percepita come esterna, spesso ridotto a un semplice fast food senza valore. Ecco un punto delicato: questa visione rischia di restringere troppo il concetto di cucina italiana così come la viviamo oggi. L’UNESCO ha voluto mettere in evidenza come questa tradizione – lungi dall’essere statica – poggia su scambi culturali e adattamento. Non ci sono schemi fissi, ma un continuo movimento in cui sapori e abitudini si mescolano.

Il riconoscimento ufficiale del kebab: la nuova icona della cucina italiana moderna sta arrivando
Primo piano di un succulento kebab, appena fatto e servito su piatto bianco, pronto per essere gustato. – alimentaribuongustaio.it

Basta guardare al pomodoro: oggi è uno degli ingredienti emblematici del Bel Paese, ma arriva dall’America. Ecco una dimostrazione chiara, raccontata spesso dagli esperti, di come la capacità di far proprie influenze esterne abbia arricchito la cucina italiana fino a farla riconoscere in tutto il mondo. Il dibattito sul kebab non fa che mettere in luce la necessità di accettare i processi di contaminazione, senza paura che possano intaccare un patrimonio assai prezioso.

La cucina italiana come spazio di contaminazione e apertura

Molto si dice sul ruolo della cucina italiana, soprattutto nelle città grandi, dove culture diverse convivono e si incontrano. È un punto di passaggio, un vero e proprio crocevia. La gastronomia nostrana ha radici che, stranamente, si intrecciano con continui scambi — non solo ingredienti o ricette — ma anche nelle modalità di condivisione e valori sociali legati al cibo. Bastano le cene tra amici, o le tavolate dalle parti di Milano per capirlo. La convivialità cambia forma, tante volte parlando con nuovi sapori.

Chi vive e frequenta queste realtà non può non notare come il kebab abbia assunto, ormai, un ruolo più corposo nel quotidiano alimentare. Non è più solo “quel piatto etnico”, ma è diventato un ponte – proprio così – tra tradizione e novità. L’UNESCO ha indicato la cucina italiana come un patrimonio aperto, caratterizzato da ibridazione e un senso civico che sfugge ai confini geografici e culturali. La tradizione non è mai una gabbia; è piuttosto un contenitore fluido, in evoluzione senza perdere autenticità.

Un patrimonio in evoluzione, che guarda al futuro

L’idea di una cucina italiana immutabile non regge davanti agli occhi della storia e alle riflessioni di oggi. Ingredienti importati come il pomodoro, o piatti di origine straniera, sono la prova evidente di come la tradizione si modella secondo le trasformazioni sociali e culturali in corso. L’ingresso di preparazioni come il kebab va visto dentro questa prospettiva, quella di un naturale processo di integrazione. Serve però riconoscere il valore delle pratiche che stimolano la coesione sociale e la condivisione, pilastri del patrimonio culturale italiano.

A Milano, a Torino, nelle grandi città, accade che tra culture diverse il cibo diventi più di cibo: diventa strumento di relazione e inclusione. Ecco perché si sviluppa una percezione diversa, dove il cibo – più che un prodotto – è espressione di un dialogo allargato. È credibile – per chi segue questi temi – che in futuro kebab e sapori tradizionali possano convivere, senza che uno snaturi l’altro, anzi, andando a completare il variegato panorama culinario italiano. Questa dinamica non è una novità: va avanti da secoli. Una storia alimentare viva, appunto, che supera qualsiasi stereotipo troppo semplice.

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